Il 18 settembre 2026 rappresenta una data da segnare sul calendario per le imprese italiane che esportano negli Stati Uniti. Da quel giorno la U.S. Customs and Border Protection (CBP) avvierà controlli rafforzati sulla correttezza delle informazioni relative agli Importer of Record (IOR), con la possibilità di invalidare immediatamente i numeri IOR associati a dati incompleti o inesatti. La misura rientra nel più ampio percorso di attuazione dell’Executive Order 14411, firmato dal presidente Donald Trump il 3 giugno con l’obiettivo di rafforzare l’enforcement doganale statunitense.
Il provvedimento interessa da vicino anche le aziende italiane che vendono negli Usa utilizzando un soggetto estero come Importer of Record e gestendo le spedizioni con resa DDP, cioè Delivered Duty Paid. Il punto non è un divieto generalizzato del DDP a partire dal 18 settembre, ma l’inasprimento delle condizioni e dei controlli sui soggetti che assumono la responsabilità dell’importazione. Per le imprese prive di una struttura adeguata negli Stati Uniti, la gestione delle operazioni può quindi diventare più complessa e costosa.
Il nodo dell’Importer of Record
L’Executive Order 14411 impone al Department of Homeland Security e alla CBP di intervenire sulle regole che disciplinano l’ammissibilità degli Importer of Record. Tra gli obiettivi indicati dall’ordine esecutivo figurano requisiti più stringenti in materia di patrimonio tangibile negli Stati Uniti e di garanzie doganali, oltre a una maggiore responsabilizzazione degli importatori. Il provvedimento prevede inoltre specifiche restrizioni per i Foreign IOR, distinguendoli dagli IOR qualificabili come statunitensi.
La prima scadenza operativa riguarda però la qualità dei dati registrati presso la CBP. In un avviso pubblicato il 19 agosto, l’agenzia ha annunciato l’introduzione di procedure rafforzate per verificare le informazioni contenute nel CBP Form 5106. A partire dal 18 settembre, informazioni inaccurate o incomplete potranno comportare l’immediata invalidazione del numero IOR.
Per le aziende che esportano regolarmente negli Stati Uniti, diventa quindi essenziale verificare preventivamente dati societari, indirizzi, recapiti e informazioni fiscali associati all’Importer of Record. Anche i broker doganali che operano per conto degli importatori sono chiamati a prestare maggiore attenzione alla correttezza delle informazioni trasmesse alla CBP.
Miranda: «Il DDP facile è finito»
«L’era del DDP facile e delle scorciatoie doganali è finita – avverte Lucio Miranda, presidente di ExportUSA –. Chi pensa di continuare a servire il mercato americano spedendo dall’Italia, come se nulla fosse, andrà incontro al blocco delle merci. Senza una filiale locale e una struttura societaria idonea negli USA, dal 18 settembre esportare diventerà un azzardo finanziario».
L’analisi di ExportUSA punta quindi l’attenzione soprattutto sulle imprese che hanno costruito il proprio modello commerciale negli Stati Uniti senza una presenza societaria diretta. In questi casi, la gestione dell’importazione, delle garanzie e degli adempimenti doganali può diventare un elemento critico della supply chain.
La nuova impostazione americana nasce dalla volontà di rendere gli importatori maggiormente identificabili e responsabili degli obblighi doganali. L’Executive Order richiama infatti espressamente la necessità di garantire la corretta identificazione degli IOR, la riscossione dei dazi e il rispetto delle normative federali, comprese quelle sull’origine delle merci, sul lavoro forzato, sulla proprietà intellettuale e sulla sicurezza dei prodotti.
Per le imprese italiane serve una revisione della supply chain
Il cambiamento non riguarda dunque soltanto gli aspetti doganali. Le aziende italiane che considerano gli Stati Uniti un mercato strategico sono chiamate a valutare l’intera struttura con cui gestiscono le vendite oltreoceano. Contratti commerciali, responsabilità dell’importatore, rapporti con i broker, garanzie doganali e organizzazione logistica dovranno essere verificati alla luce delle nuove regole.
L’Executive Order prevede inoltre un rafforzamento dell’attività di controllo e delle sanzioni, con maggiore attenzione a fenomeni come classificazioni errate, sottovalutazione delle merci, trasbordo illegale e altre forme di elusione degli obblighi doganali.
Per il Made in Italy, soprattutto per le imprese che hanno finora utilizzato strutture leggere per vendere direttamente ai clienti americani, il nuovo scenario impone quindi una valutazione tempestiva. Il 18 settembre non segna la fine automatica delle esportazioni dall’Italia né un divieto generale della resa DDP, ma l’avvio di una fase nella quale la correttezza dell’Importer of Record e la solidità dell’assetto doganale diventano ancora più determinanti.
La direzione indicata dall’amministrazione statunitense è quella di una maggiore responsabilità dell’importatore e di controlli più incisivi. Per le aziende italiane, anticipare il cambiamento può diventare quindi una condizione necessaria per evitare ritardi, costi inattesi e possibili blocchi nelle operazioni di importazione.
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