Al MUDEC – Museo delle Culture di Milano, la luce accompagna il visitatore senza diventare protagonista. È questo il principio alla base del progetto illuminotecnico firmato da Francesco Murano per la mostra «Matisse. Il mondo in una stanza», in programma dall’8 ottobre 2026 al 21 febbraio 2027.
L’intervento punta a valorizzare le opere senza alterarne la percezione e rispettando le diverse esigenze di conservazione. Un equilibrio particolarmente delicato, considerando la varietà dei materiali esposti e la centralità del colore nella ricerca artistica di Henri Matisse.
Un progetto tra materiali ed esigenze conservative
Prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo Il Sole 24 ORE e curata da Ellen McBreen e Chiara Gatti, la mostra riunisce circa 100 opere. Il percorso comprende dipinti, lavori su carta e sculture, affiancati da oggetti, tessuti e fotografie d’epoca.
La varietà dei materiali richiede livelli di illuminazione differenti. Carta, pigmenti, fotografie, tessuti antichi e superfici metalliche presentano infatti sensibilità diverse alla luce.
«La prima fase è stata quasi “diagnostica”: ogni opera è stata analizzata come un corpo autonomo, con la sua sensibilità alla luce, la sua storia conservativa, la sua reazione ai livelli di illuminamento», spiega Murano.
Il progetto affronta queste differenze senza compromettere la continuità visiva tra le sale. L’obiettivo è creare un’atmosfera coerente, pur adattando l’illuminazione alle caratteristiche di ogni opera.
«Abbiamo costruito un clima luminoso, più che una somma di illuminamenti. La continuità visiva nasce non dall’uniformità, ma da un’armonia di micro-differenze controllate», aggiunge il light designer.
La luce per restituire il colore di Matisse
Nelle opere di Matisse, il colore assume un ruolo strutturale. Per questo il progetto utilizza una temperatura di colore stabile, un’elevata resa cromatica e intensità calibrate, così da evitare alterazioni nella percezione delle opere.
«Il colore, per Matisse, è una materia viva. Non è decorazione, è struttura. Per questo la luce deve essere precisa ma discreta», osserva Murano.
La scelta progettuale non mira a intensificare artificialmente i pigmenti. Punta invece a restituire le tonalità con naturalezza, lasciando che siano le opere a guidare l’esperienza del pubblico.
«Non volevamo che la luce “spingesse” i colori. L’obiettivo era far sì che il visitatore percepisse la qualità del colore, non la presenza della luce», spiega l’architetto.
Culture diverse, un unico linguaggio visivo
Il percorso espositivo mette in relazione opere e materiali differenti. La luce, tuttavia, non crea ambienti separati per ciascun nucleo tematico, ma mantiene un linguaggio unitario.
«Le differenze emergono dalle opere, non dalla luce. Abbiamo scelto un linguaggio unitario, perché la mostra racconta proprio la capacità di Matisse di far convivere mondi lontani all’interno di un’unica visione», afferma Murano.
Le variazioni riguardano soprattutto la geometria dei fasci luminosi e il rapporto tra illuminazione e spazio. La scelta esclude effetti scenografici che potrebbero distogliere l’attenzione dalle opere.
Il lavoro invisibile dietro l’allestimento
Una delle sfide principali riguarda i tessuti e le opere su carta, particolarmente sensibili all’esposizione luminosa. Per mantenere la continuità percettiva tra gli ambienti, il progetto considera non soltanto la quantità di luce sulle opere, ma anche la luminanza complessiva degli spazi.
«Piccole quantità di luce diffusa, calibrate con precisione, permettono di mantenere continuità percettiva senza superare i limiti conservativi», sottolinea Murano.
Il lavoro comprende anche il controllo dei riflessi, dei doppi contorni, degli abbagliamenti e delle micro-ombre. Ogni apparecchio viene orientato per ridurre le interferenze visive e preservare la leggibilità delle opere.
«Il visitatore non lo noterà mai, e questo è il segno che il progetto funziona: quando la luce è davvero ben progettata, non si vede, ma cambia tutto», conclude il light designer.
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