La recente puntata della trasmissione Report in onda su Rai 3 ha acceso un ampio dibattito pubblico in merito al presunto “spionaggio” di magistrati attraverso un software denominato ECM, ricondotto all’ecosistema tecnologico di Microsoft.
Una narrazione che, per come è stata proposta, rischia di generare confusione e tensioni all’interno di un comparto istituzionale già sottoposto a forti sollecitazioni. L’allarme mediatico trae origine dalle dichiarazioni di un dipendente dell’amministrazione giudiziaria che, in anonimato e in aperto conflitto con la propria struttura, ha contribuito a orientare il racconto verso una chiave conflittuale più che verso un’analisi tecnica e oggettiva dei fatti.
Secondo quanto evidenziato, un’impostazione di questo tipo può incidere negativamente sulla percezione della macchina giudiziaria nel suo complesso, alimentando attriti interni e indebolendo la fiducia dei cittadini in una fase delicata per un ordine autonomo e indipendente dello Stato.
Tecnologia e “spionaggio”: la necessità di una lettura tecnica
Sul piano tecnico, l’uso del termine “spiati” richiede una riflessione rigorosa. Se con “spionaggio” si intende la tracciabilità o la gestione dei dati digitali attraverso software, occorre ricordare che tali processi interessano quotidianamente l’intera collettività: magistrati, avvocati, medici, professionisti e cittadini comuni.
Non si tratta esclusivamente di strumenti ECM o di soluzioni Microsoft, ma di un ecosistema digitale più ampio che comprende piattaforme globali come Google, Meta e X. Il punto centrale non è l’esistenza della tecnologia, bensì la sua governance: configurazione corretta degli strumenti, definizione delle responsabilità operative, sicurezza informatica, trasparenza amministrativa e conformità alle normative nazionali ed europee.
Ridurre una questione complessa di natura tecnico-amministrativa a un presunto “spionaggio” rischia di trasformare un tema di governance digitale in un caso mediatico potenzialmente destabilizzante.
Il ruolo dell’informazione e la richiesta di competenze interdisciplinari
In questo contesto si sottolinea l’importanza che programmi di inchiesta di rilievo possano avvalersi di consulenze realmente interdisciplinari, capaci di integrare competenze informatiche avanzate con una solida conoscenza del funzionamento della pubblica amministrazione e, nello specifico, dell’amministrazione giudiziaria.
Un approccio di questo tipo consentirebbe di offrire un’informazione più equilibrata, tecnica e utile al dibattito pubblico, evitando semplificazioni che possono alimentare sfiducia o percezioni distorte.
L’intervento della Fondazione AIDR
«In una fase storica così sensibile per il sistema giustizia – afferma Mauro Nicastri, Presidente della Fondazione AIDR – è fondamentale che il servizio pubblico informi con precisione, equilibrio e competenza. L’informazione deve chiarire, non alimentare paure; deve rafforzare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, non minarla. Soprattutto in un periodo referendario cruciale, è indispensabile evitare derive allarmistiche che rischiano di compromettere la comprensione dei fatti e la credibilità degli apparati dello Stato».
La Fondazione ribadisce così la necessità di un confronto pubblico fondato su competenze tecniche solide, responsabilità comunicativa e piena consapevolezza del contesto istituzionale, elementi ritenuti essenziali per accompagnare la trasformazione digitale della pubblica amministrazione e per tutelare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
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