Dalla finanza internazionale alla guida delle politiche giovanili e sportive in Lombardia, il percorso del Sottosegretario Federica Picchi è segnato da un approccio fortemente analitico e orientato ai risultati. Un’esperienza maturata tra grandi istituzioni finanziarie e consulenza strategica che oggi si traduce in una visione concreta per la Regione: l’obiettivo è costruire politiche pubbliche efficaci, basate sull’ascolto del territorio e sulla centralità delle nuove generazioni.
In questa intervista il Sottosegretario entra nel dettaglio delle iniziative, dei numeri e delle sfide future.
Il suo percorso nasce nel mondo della finanza e dell’impresa. Cosa l’ha portata a scegliere l’impegno pubblico e quale visione guida oggi il suo lavoro in Regione Lombardia?
«Ho scelto questa strada pur arrivando da un percorso completamente diverso. Ho studiato finanza e ho lavorato per dieci anni a Londra in banca d’affari, in realtà come J.P. Morgan e successivamente Standard Bank, dove mi occupavo di strutture di debito e derivati per finanziare grandi impianti infrastrutturali nei Paesi in via di sviluppo, in particolare nell’Africa subsahariana e in America Latina.
Successivamente ho svolto attività di consulenza strategica per la riorganizzazione di aziende in crisi, un’esperienza formativa molto importante, anche dal punto di vista della capacità di leggere contesti complessi. Ho lavorato tra gli altri con IBM e Roland Berger.
Proprio il contatto con i Paesi in via di sviluppo mi ha fatto capire quanto sia centrale la formazione giovanile. Parallelamente alla mia attività professionale ho fondato, come impegno culturale, una realtà che produce contenuti formativi per i più giovani. Questo mi ha permesso di vedere concretamente quanto ci sia bisogno di modelli positivi.
Quando Giorgia Meloni, che desidero ringraziare insieme a tutta la squadra di Governo, mi ha proposto questa esperienza politica inizialmente ero titubante, perché si trattava di un ambito molto diverso rispetto a quello in cui ero abituata ad operare. Poi però la volontà di portare avanti questa missione formativa ha prevalso.
Oggi applico lo stesso metodo che utilizzavo nella consulenza: analizzare gli strumenti esistenti, studiare i bisogni del territorio e adattare le politiche come “vestiti su misura”. Ad esempio, il bando impianti sportivi nasce da una mappatura realizzata all’inizio del mio mandato, che ci ha permesso di individuare punti di forza e criticità dell’impiantistica lombarda».
Qual è oggi lo stato dello sport lombardo e quale ruolo può svolgere a livello educativo e sociale?
«La Lombardia è un’eccellenza a livello nazionale. Abbiamo oltre 13.000 impianti sportivi, su circa 77.000 presenti in Italia, quindi quasi il 30% del totale nazionale. Se consideriamo anche le aree e gli spazi sportivi all’aperto, superiamo i 41.000, anche qui circa un terzo del totale italiano.
Questo significa che la nostra struttura impiantistica è molto sviluppata dal punto di vista numerico. Il rovescio della medaglia è rappresentato dalla vetustà di molte strutture, motivo per cui siamo intervenuti con il bando impianti, costruito proprio sulla base di una mappatura tecnica.
Anche sul fronte associativo siamo un’eccellenza: abbiamo più di 15.000 realtà sportive distribuite capillarmente sul territorio. Tuttavia, ho ritenuto importante rivedere i criteri di sostegno. Accanto alla linea tradizionale basata sul numero di tesserati, abbiamo introdotto una nuova linea che tiene conto di altri fattori.
Ci sono infatti realtà molto piccole, magari in comuni montani o con meno di 1.000 abitanti, che rappresentano l’unico presidio sportivo e sociale. Anche se hanno solo 30 iscritti, sono fondamentali: se chiudono, quei ragazzi restano senza punti di riferimento. Per questo abbiamo introdotto criteri che valorizzano la storicità, il ruolo sociale e l’impatto sul territorio.
Io credo molto nello sport come strumento non solo agonistico, ma anche educativo e sociale. Ha un valore ricreativo, formativo e di benessere collettivo. Secondo studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’attività fisica riduce fino al 30% il rischio di malattie croniche e contribuisce a diminuire ansia e depressione, soprattutto tra i giovani.
Inoltre, stiamo lavorando anche su progetti dedicati alla terza età, ad esempio con la Federazione Bocce, perché lo sport è uno strumento di benessere per tutte le fasce della popolazione».
Tra le iniziative dedicate ai giovani, come funzionano strumenti come il Forum Giovani e il Piano Generazione Lombardia?
«Le politiche giovanili sono per loro natura trasversali: coinvolgono cultura, trasporti, casa, famiglia. Per questo abbiamo strutturato il Piano Generazione Lombardia, articolato in un piano triennale e uno annuale, che serve a coordinare e armonizzare tutte queste misure.
Il Forum Giovani è uno strumento consultivo composto da 30 giovani provenienti da esperienze diverse, che portano il loro contributo diretto alle politiche regionali.
Accanto a questi strumenti di governance, abbiamo misure operative molto concrete. Una delle principali è il bando “Giovani Smart”, che anche grazie al sostegno del Ministro dello Sport Andrea Abodi, abbiamo portato da 3 milioni a 5,6 milioni di euro. Questo bando finanzia progettualità che valorizzano il protagonismo giovanile: volontariato, inserimento lavorativo, valorizzazione del talento e prevenzione del disagio.
Quest’anno abbiamo finanziato circa 120 progetti. Inoltre, abbiamo attivato un’iniziativa con ANCI, con uno stanziamento di circa 1,6 milioni di euro, per creare spazi di aggregazione e orientamento nei comuni: orientamento scolastico, lavorativo e anche verso il volontariato.
Un altro elemento importante è la collaborazione con la rete degli oratori, molto diffusa in Lombardia: circa un terzo degli oratori italiani si trova qui. Con il progetto “Giovani in Rete” sosteniamo attività educative e di aggregazione, come i centri estivi e altre iniziative territoriali».
Ci sono progetti particolarmente innovativi su cui state lavorando?
«Sì, uno dei progetti più significativi è “Sport per la legalità”, realizzato in collaborazione con l’ufficio scolastico regionale e i corpi dello Stato. Coinvolgiamo anche ragazzi protagonisti di episodi di bullismo e li portiamo, insieme alle loro classi, per circa dieci giorni nei centri sportivi delle forze dell’ordine.
Qui vivono un’esperienza strutturata: attività sportiva, formazione sulla legalità e incontri con atleti, spesso medagliati olimpici appartenenti ai corpi dello Stato. L’obiettivo è lavorare sulle dinamiche di gruppo e favorire un cambiamento nei comportamenti.
Un altro progetto molto interessante è “Ragazzi on the Road”. In questo caso proponiamo un’inversione di ruolo: ragazzi con comportamenti problematici affiancano pattuglie di polizia, operatori del soccorso e volontari.
Vivono in prima persona cosa significa garantire sicurezza, intervenire in emergenza, gestire situazioni difficili. Questo percorso ha un impatto molto forte: molti di loro, dopo l’esperienza, decidono di restare come volontari e diventano a loro volta educatori per altri giovani. È un esempio concreto di responsabilizzazione».
Guardando al futuro, qual è la sfida principale per la Lombardia in ambito sport e politiche giovanili?
«La sfida principale è investire nella prevenzione. Io immagino una Lombardia che possa essere un modello nazionale, soprattutto considerando che è la regione con il PIL più alto.
Oggi sosteniamo costi sempre più elevati per sanità e politiche sociali. Dobbiamo invece investire prima: in sport, benessere, corretta alimentazione, spazi di aggregazione. Tutto ciò può ridurre in modo significativo i problemi futuri.
Stiamo già lavorando in questa direzione. Ad esempio, abbiamo progetti per persone con disabilità, per favorire l’avvio allo sport coprendo i costi del primo anno. Oppure iniziative per pazienti oncologici, come quelle sviluppate con federazioni sportive, ad esempio la scherma, che aiutano il recupero fisico e psicologico.
Abbiamo anche programmi di invecchiamento attivo, sempre attraverso lo sport. Il prossimo passo è misurare in modo scientifico questi impatti, anche con il supporto delle università lombarde, per dimostrare che ogni euro investito in prevenzione genera un risparmio sul lungo periodo.
Una popolazione più sana significa meno costi sanitari, meno problematiche sociali e una migliore qualità della vita. La Lombardia deve essere la regione pilota di questo modello: prevenire meglio che curare».
di Giacomo Del Borrello
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