Il meccanismo del payback farmaceutico, nato come misura straordinaria per contenere la spesa sanitaria, ha assunto negli anni un peso crescente sui bilanci delle aziende. Un’evoluzione che, secondo la Fondazione Cerm – Competitività, Regole, Mercati – incide sulla capacità delle imprese di programmare investimenti di lungo periodo in ricerca, sviluppo e produzione di nuove terapie.
È questo il tema al centro dello studio presentato in occasione dell’evento «50 anni di futuro: Italian Health&Care Forum – L’Italia che innova, l’Italia che produce, l’Italia che cura», promosso da Johnson & Johnson nello stabilimento di Latina. L’incontro ha riunito rappresentanti delle istituzioni, dell’industria, della comunità scientifica, del mondo della salute e delle associazioni dei pazienti per discutere delle condizioni necessarie a sostenere la competitività del settore e garantire ai cittadini un accesso tempestivo ed equo alle terapie innovative.
L’iniziativa ha ricevuto anche un messaggio del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Tra gli interventi istituzionali quelli del ministro della Salute, Orazio Schillaci, del viceministro delle Imprese e del Made in Italy, Valentino Valentini, e dei sottosegretari Marcello Gemmato e Claudio Durigon. Ha partecipato inoltre il presidente della Commissione Finanze del Senato, Massimo Garavaglia.
Payback farmaceutico, l’impatto sulla redditività delle imprese
Per valutare l’incidenza del payback sulla sostenibilità economica delle imprese, lo studio Cerm utilizza l’Effective Tax Rate (Etr), un indicatore che misura il peso complessivo degli oneri rispetto alla redditività aziendale. Nel calcolo, oltre alla fiscalità ordinaria, viene considerato anche il contributo richiesto alle aziende attraverso il meccanismo di ripiano sugli acquisti diretti.
Nel campione analizzato, l’Etr passa dal 25,6% al 61,2% includendo il payback. L’effetto risulta ancora più marcato per le piccole e medie imprese, per le quali l’indicatore raggiunge valori compresi tra l’82,1% e l’86,8%.
Nel 2024 il payback sulla spesa farmaceutica per acquisti diretti, cioè il ripiano a carico delle aziende in caso di superamento del tetto previsto, è stato pari a circa 2 miliardi di euro. Secondo le stime della Fondazione Cerm, per riportare la redditività delle imprese almeno al costo del capitale sarebbe necessaria una riduzione significativa dell’onere attuale.
Considerando il diverso peso delle imprese di piccole, medie e grandi dimensioni, la riduzione ponderata stimata sul campione è del 72,5%. Applicando questa percentuale ai dati complessivi del 2024, l’intervento corrisponderebbe a circa 1,28 miliardi di euro. Il payback residuo scenderebbe così a circa 720 milioni, mentre la sua incidenza sul mercato rilevante ai fini del ripiano passerebbe dal 15,9% a circa il 5,8%.
La Fondazione precisa che questa stima non costituisce una proposta di riduzione automatica della spesa farmaceutica. Rappresenta piuttosto un riferimento per ripensare il meccanismo, affiancando al controllo della spesa la tutela della capacità delle imprese di investire, innovare e competere. Lo studio individua due possibili direzioni: nel breve e medio periodo un riequilibrio dell’onere attuale, nel lungo periodo una revisione più ampia della governance farmaceutica.
«Lo studio Cerm mostra che il payback farmaceutico, nato come strumento di contenimento della spesa, ha assunto nel tempo un ruolo strutturale, con effetti distorsivi», ha spiegato Fabio Pammolli, professore al Politecnico di Milano. «Sulla base dei dati 2024, lo studio stima in circa 1,28 miliardi di euro la possibile riduzione dell’onere del payback che pesa sulla redditività industriale, con un impatto più pronunciato sulle imprese di piccola dimensione. La sostenibilità del sistema si misura nella capacità di controllare la spesa preservando le condizioni per investire e innovare».
Pammolli ha indicato anche la necessità di valutazioni d’impatto integrate, di una gestione della spesa lungo le diverse fasi del ciclo di vita dei prodotti, di incentivi agli investimenti e di una maggiore responsabilizzazione delle Regioni. L’obiettivo è rendere la governance della spesa farmaceutica più prevedibile e compatibile con la competitività industriale.
Industria farmaceutica, 74 miliardi di produzione in Italia nel 2025
La ricerca si inserisce in un quadro nel quale il comparto farmaceutico rappresenta un asset rilevante per l’economia nazionale. Nel 2025 l’industria italiana ha registrato 74 miliardi di euro di valore della produzione e 69 miliardi di esportazioni. Gli addetti diretti sono 72mila, che salgono a 316mila considerando l’indotto e l’intera filiera.
Nel corso dei suoi cinquant’anni di attività in Italia, Johnson & Johnson ha sviluppato una presenza nei settori dell’oncologia, dell’immunologia e delle neuroscienze, contribuendo all’introduzione di nuove terapie per patologie caratterizzate da bisogni di salute ancora insoddisfatti.
«Cinquant’anni rappresentano un traguardo significativo e raccontano una storia di investimenti, ricerca e collaborazione con il sistema sanitario, il mondo scientifico e le comunità locali», ha dichiarato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni nel messaggio inviato all’evento. Una storia che, ha aggiunto, dimostra come gli investimenti e la capacità di guardare al futuro possano generare valore per il Paese e nuove opportunità di cura.
Il ministro della Salute Orazio Schillaci ha richiamato il ruolo delle istituzioni nel garantire regole chiare, tempi certi e stabilità, accanto alla responsabilità delle imprese di investire e innovare. «La salute non può essere considerata una voce di spesa: è uno degli investimenti più lungimiranti che un Paese possa fare», ha sottolineato.
Sulla necessità di un quadro normativo favorevole agli investimenti si è soffermato anche il sottosegretario alla Salute Marcello Gemmato, indicando nella Legge di Bilancio e nel futuro Testo unico della legislazione farmaceutica gli strumenti attraverso cui proseguire il percorso di riforma.
Per Jacopo Murzi, amministratore delegato di Johnson & Johnson Innovative Medicine Italia, le Life Sciences costituiscono un patrimonio strategico che mette in relazione salute, ricerca, produzione, competenze e crescita economica. «È fondamentale creare le condizioni perché le imprese possano programmare e investire nel lungo periodo e, allo stesso tempo, il Servizio sanitario nazionale possa favorire un accesso sempre più rapido ai progressi della medicina», ha affermato.
La presenza di Johnson & Johnson in Italia: 1.500 collaboratori e 127 studi clinici
Il Forum è stato anche l’occasione per illustrare il contributo dell’azienda al sistema economico e sanitario nazionale. La presenza di Johnson & Johnson Innovative Medicine in Italia conta oggi 1.500 collaboratori, distribuiti tra la sede di Milano e lo stabilimento produttivo di Latina.
La ricerca clinica rappresenta una componente centrale delle attività. Nel 2025 l’azienda ha condotto in Italia 127 studi, coinvolgendo oltre 7.500 pazienti in centri distribuiti sul territorio nazionale. Un’attività che consente ai partecipanti di accedere precocemente a nuove opportunità terapeutiche e contribuisce a rafforzare le competenze e l’attrattività del sistema italiano per gli investimenti in ricerca.
Secondo l’azienda, la continuità di questi progetti dipende anche dalla possibilità di operare in un contesto normativo stabile e prevedibile. La capacità di attrarre investimenti, infatti, riguarda non soltanto la ricerca, ma anche la produzione, la formazione di competenze specialistiche e l’occupazione qualificata.
Latina, oltre 4 miliardi di compresse prodotte ogni anno
Lo stabilimento di Latina è uno dei principali elementi della presenza industriale di Johnson & Johnson in Italia. Il sito svolge un ruolo nella catena di fornitura globale del gruppo ed è un hub per il lancio e la produzione di farmaci orali destinati soprattutto alle aree terapeutiche dell’oncologia e dell’immunologia.
Ogni anno vengono prodotte oltre 4 miliardi di compresse, il 97% delle quali è destinato ai mercati internazionali. Lo stabilimento sta inoltre introducendo tecnologie produttive avanzate e proseguendo il proprio percorso di trasformazione industriale.
Tra gli interventi figura il continuous manufacturing, un modello di produzione continua che punta a migliorare efficienza e flessibilità dei processi. A questo si affianca il programma di decarbonizzazione, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità carbonica entro il 2030.
«Abbiamo scelto di celebrare questo traguardo qui a Latina perché il nostro stabilimento è uno dei capitoli più significativi dei cinquant’anni di storia di Johnson & Johnson in Italia», ha dichiarato Barbara Sambuco, general manager del sito di Johnson & Johnson Innovative Medicine. La responsabile ha ricordato il ruolo delle competenze e del rapporto con il territorio nello sviluppo dello stabilimento, oggi parte della rete produttiva globale del gruppo.
L’obiettivo, ha aggiunto, è proseguire il percorso di evoluzione tecnologica e ambientale, generando valore per i lavoratori, la comunità locale, il sistema industriale italiano e i pazienti.
Il futuro delle Life Sciences tra innovazione e accesso alle cure
Il confronto di Latina ha affrontato le principali questioni che riguardano il futuro delle scienze della vita in Italia: dalla governance della spesa farmaceutica alla politica industriale, fino all’equità nell’accesso alle innovazioni terapeutiche.
Il tema comune emerso dagli interventi riguarda la necessità di conciliare la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale con le condizioni economiche e normative che permettono alle imprese di investire. La prevedibilità del payback e la stabilità delle regole rappresentano, secondo le indicazioni emerse dallo studio Cerm e dal Forum, elementi centrali per sostenere la ricerca e la produzione nazionale nei prossimi anni.
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