Il dibattito sul nuovo Piano Casa si concentra soprattutto sul numero degli alloggi da recuperare e costruire. Per Maria Alessandra Segantini, architetta, docente internazionale e co-fondatrice di C+S Architects, la questione riguarda però anche la qualità del patrimonio che verrà lasciato alle generazioni future.
Segantini, già insignita insieme a Carlo Cappai del titolo di Architetti Italiani dell’Anno dal Consiglio Nazionale degli Architetti, propone di affrontare le politiche dell’abitare attraverso il concetto di Future Heritage. Una visione che considera l’architettura non soltanto come risposta alle necessità del presente, ma come costruzione di un patrimonio destinato a durare nel tempo.
«La vera domanda non è quante case costruiremo. La vera domanda è quale eredità lasceremo alle generazioni future con questa operazione. Il rischio è affrontare il problema dell’abitare senza affrontare il problema del patrimonio che vogliamo costruire», afferma Segantini.
Il concetto di Future Heritage nasce da una riflessione sviluppata nell’arco di oltre trent’anni di attività professionale, ricerca e insegnamento. L’obiettivo è mettere in relazione storia, ambiente, materiali, tecniche costruttive e comunità, superando una concezione del patrimonio esclusivamente legata alla conservazione del passato.
«Future Heritage è un approccio all’architettura che nasce dallo studio delle stratificazioni storiche ed ecologiche dei luoghi, dei materiali e delle tecniche costruttive locali. Per troppo tempo l’idea di patrimonio si è rivolta esclusivamente al passato. Ma il patrimonio è ciò che scegliamo di portare nel futuro e il modo in cui lo facciamo».
La qualità come elemento di equità sociale
In questa prospettiva, il Piano Casa potrebbe rappresentare un’occasione per ripensare il significato dell’abitare contemporaneo. Per Segantini, qualità architettonica e qualità della vita sono strettamente collegate, soprattutto negli interventi destinati all’edilizia pubblica e all’housing sociale.
«La qualità non è un lusso. È una forma di giustizia sociale. Le persone che vivono nell’edilizia pubblica e nell’housing sociale hanno diritto alla stessa dignità spaziale, ambientale e costruttiva di chiunque altro. Costruire bene significa ridurre le disuguaglianze», sostiene l’architetta.
Un altro elemento centrale della riflessione riguarda la durata degli edifici. Secondo Segantini, le politiche pubbliche dovrebbero considerare non soltanto il costo iniziale di un intervento, ma anche le spese economiche, ambientali e sociali che possono derivare dalla sua manutenzione nel corso degli anni.
«Continuiamo a valutare gli edifici e gli spazi pubblici sulla base del costo iniziale. Dovremmo invece giudicarli sulla loro capacità di durare. Un edificio che si degrada rapidamente produce costi economici, ambientali e sociali. Un edificio che invecchia bene genera valore per decenni».
La manutenzione diventa quindi parte integrante della qualità progettuale. «La manutenzione non è solo una questione tecnica. È una questione sociale. La qualità costruttiva non è un costo aggiuntivo. È un investimento che riduce i costi sociali, ambientali e manutentivi nel lungo periodo», aggiunge Segantini.
Dall’housing sociale di Milano al progetto in Belgio
La ricerca sulla durabilità e sulla relazione tra architettura e spazio pubblico attraversa diversi progetti realizzati da C+S Architects. Tra questi figurano le torri di housing sociale di Cascina Merlata a Milano, il Palazzo di Giustizia di Venezia in rame pre-ossidato e la Piazza del Cinema al Lido di Venezia.
Il percorso prosegue con Snake Building ad Aarschot, in Belgio, inserito nel masterplan di rigenerazione urbana De Torens. Il progetto ha trasformato un lotto residenziale in un intervento capace di restituire spazio pubblico alla città.
Invece di concentrare la progettazione sulla massimizzazione della volumetria, il progetto utilizza il volume dell’edificio per ristabilire una relazione tra città storica, paesaggio e torre che domina la collina. L’edificio arretra, si piega e si scava, generando una nuova piazza urbana e lasciando spazio a un grande albero che attraversa la piastra del parcheggio interrato.
Anche la scelta dei materiali contribuisce al rapporto con il territorio. La costruzione in mattoni è stata sviluppata attraverso il confronto con le maestranze locali e la reinterpretazione delle tecniche tradizionali.
«Lo spazio pubblico è la più importante infrastruttura sociale che possediamo. È il luogo in cui una società si riconosce come comunità. In un’epoca in cui gli spazi privati si riducono e le disuguaglianze aumentano, lo spazio pubblico aperto, accessibile, biodiverso e durevole diventa una forma di welfare», spiega Segantini.
E aggiunge: «In Belgio abbiamo lavorato con gli artigiani locali reinterpretando le tecniche della costruzione in mattoni attraverso dettagli, pieghe e lavorazioni capaci di dare valore alla cultura costruttiva del luogo. Quello che poteva essere un anonimo edificio residenziale è diventato un volume modellato dalla vita, dalla luce e dal tempo. Costruire identità significa costruire appartenenza».
Scuole e comunità al centro del progetto
La stessa impostazione è stata applicata da C+S Architects anche alla progettazione degli edifici scolastici. Nel corso di oltre tre decenni, lo studio ha sviluppato una ricerca orientata alla realizzazione di spazi capaci di andare oltre la funzione didattica e diventare luoghi di incontro per le comunità.
Le scuole vengono concepite come «Piazze della Periferia», strutture aperte alla comunità anche al di fuori dell’orario scolastico. L’architettura diventa così uno strumento per favorire relazioni e coesione sociale.
«La scuola, come l’abitare, non riguarda soltanto gli edifici. Riguarda la costruzione delle comunità. Ogni progetto dovrebbe generare relazioni, opportunità e senso di appartenenza», sottolinea Segantini.
Alla base della ricerca dello studio c’è quindi il superamento della separazione tra architettura, paesaggio e società. L’obiettivo è valorizzare le caratteristiche dei luoghi attraverso materiali, biodiversità, culture costruttive e lavoro artigianale, combinando memoria e innovazione.
Il ruolo di C+S Architects
C+S Architects è stato fondato a Venezia nel 1994 da Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini. Dal 2015 lo studio opera tra Londra e Treviso e sviluppa attività di architettura, design e ricerca.
Tra i progetti dello studio figurano la rigenerazione paesaggistica dell’isola di Sant’Erasmo nella laguna veneziana, con il Museo della Torre Massimiliana, il progetto per il sito Panquin a Tervuren in Belgio, il nuovo museo d’arte contemporanea GAMeC di Bergamo, attualmente in fase di completamento, gli uffici low-tech per Leiedal e l’Harbor Brain Building all’Arsenale di Venezia.
Il portfolio comprende inoltre musei, centri culturali, interventi di rigenerazione urbana, edifici residenziali e spazi pubblici. Tra questi rientra anche la Piazza del Cinema al Lido di Venezia, insieme a installazioni realizzate in occasione di eventi internazionali come la Biennale d’Arte di Venezia e la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.
Tra le opere premiate figurano la Cittadella della Giustizia di Venezia, le torri residenziali di Milano e la Piazza del Cinema al Lido di Venezia. Il lavoro dello studio è stato inoltre presentato in diverse sedi internazionali, tra cui la Biennale Architettura di Venezia, la Triennale di Milano, il RIBA di Londra, il MIT di Cambridge e la Cité de l’Architecture et du Patrimoine di Parigi.
Carlo Cappai e Maria Alessandra Segantini hanno sviluppato anche una lunga attività accademica tra Europa e Stati Uniti, con esperienze al MIT di Cambridge, alla Syracuse University di New York, all’Università di Bath e alla University of East London. Segantini è stata inoltre professore ordinario alla Hasselt University, dove ha co-diretto il corso di laurea magistrale e contribuito alla definizione del curriculum del Master.
Il Piano Casa come investimento sul futuro
Per Segantini, il valore del Piano Casa non dovrebbe quindi essere misurato soltanto attraverso il numero di abitazioni recuperate o realizzate. La sfida riguarda anche la capacità degli interventi di produrre valore pubblico, rafforzare l’identità urbana e creare condizioni di maggiore appartenenza.
«Se sapremo utilizzare questa occasione per ricostruire il rapporto tra persone, natura e città, il Piano Casa potrà diventare molto più di un programma edilizio. Potrà diventare un progetto di Future Heritage».
La prospettiva proposta dall’architetta lega così le politiche dell’abitare alla costruzione del patrimonio futuro. «Un’eredità capace di generare dignità, appartenenza e valore per le generazioni che verranno», conclude Segantini. «La vera misura del successo del Piano Casa non sarà il numero delle case realizzate, ma la qualità della società che quelle case avranno contribuito a costruire».
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