Un vaccino personalizzato a mRNA, sviluppato sulle caratteristiche del singolo tumore, può contribuire a ridurre il rischio di recidiva nei pazienti con melanoma ad alto rischio. È quanto emerge dai risultati a due anni dello studio internazionale di fase 3 Interpath-001, presentati al congresso della Società europea di oncologia medica (ESMO) e in via di pubblicazione sul The New England Journal of Medicine.
La ricerca ha valutato l’efficacia dell’associazione tra un vaccino terapeutico a RNA messaggero e pembrolizumab, anticorpo monoclonale già impiegato nell’immunoterapia del melanoma. Secondo i dati presentati, l’aggiunta del vaccino riduce del 42% il rischio di ripresa della malattia e del 38% quello di sviluppare metastasi a distanza rispetto al trattamento con la sola immunoterapia.
L’Istituto dei Tumori di Milano primo centro al mondo per pazienti arruolati
Un ruolo centrale nella sperimentazione è stato svolto dall’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. La struttura di via Venezian è risultata il centro con il maggior numero di pazienti arruolati a livello internazionale: 128 persone sottoposte a screening, di cui 82 effettivamente trattate.
«È il frutto di uno sforzo corale e multidisciplinare che rende merito alla ricerca oncologica lombarda», sottolinea il professor Michele Del Vecchio, direttore dell’Oncologia medica melanomi dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, in un’intervista a Lombardia Notizie. «Un risultato reso possibile dalla sinergia quotidiana tra chirurghi e dermatologi, oncologi medici, infermieri di ricerca dedicati all’assistenza passo-passo, data manager e farmacisti ospedalieri. Ogni figura ha rappresentato un tassello essenziale affinché il centro milanese potesse guidare con successo la casistica mondiale».
Il risultato conferma il contributo della ricerca oncologica milanese nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche contro il melanoma, grazie anche alla collaborazione tra diverse professionalità sanitarie.
Un vaccino costruito sulle caratteristiche del singolo tumore
A differenza dei vaccini preventivi, il trattamento sperimentale ha una funzione terapeutica e viene somministrato dopo l’intervento chirurgico, con l’obiettivo di ridurre il rischio che la malattia si ripresenti.
La preparazione avviene attraverso un processo personalizzato, basato sulle caratteristiche biologiche del tumore di ciascun paziente. «La preparazione del vaccino ricalca il lavoro di un sarto: viene cucito su misura per ciascun paziente», spiega Del Vecchio.
Il materiale tissutale e il sangue del paziente vengono inviati negli Stati Uniti, dove, attraverso specifiche tecniche di laboratorio, viene sintetizzato un RNA messaggero in grado di codificare fino a 34 neoantigeni, elementi caratteristici del singolo tumore. Il preparato viene somministrato per via intramuscolare, fino a un massimo di nove dosi a intervalli di tre settimane.
«Il preparato non solo potenzia le difese preesistenti, ma genera ex novo linfociti T e induce una memoria immunologica duratura, capace di riconoscere ed eliminare nel tempo i microfocolai tumorali invisibili agli esami radiologici», aggiunge il professore.
La tradizione di ricerca sull’immunoterapia e il contributo di Giorgio Parmiani
Il risultato si inserisce nella storia dell’attività scientifica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, che da anni conduce studi sull’impiego del sistema immunitario nella lotta contro le neoplasie. Tra i protagonisti di questo percorso figura il professor Giorgio Parmiani, oncologo e immunologo che, proprio nella struttura di via Venezian, ha dedicato la propria attività allo studio delle risposte immunitarie contro i tumori, con particolare attenzione al melanoma.
«Non è un caso che proprio l’Istituto dei Tumori stia facendo la parte del leone in questa sperimentazione. Voglio infatti ricordare la figura del professor Giorgio Parmiani, oncologo e immunologo che, in via Venezian, ha concentrato la sua attività su immunoterapia dei tumori, in particolare del melanoma. Dobbiamo anche a lui gli enormi passi avanti che stiamo facendo in questo campo», ricorda Del Vecchio.
Il professore sottolinea inoltre il lavoro svolto negli anni da Parmiani e dalla sua équipe nello sviluppo di precedenti generazioni di vaccini, attraverso un approccio traslazionale, in una fase storica in cui l’immunoterapia aveva ancora una visibilità limitata rispetto ai trattamenti oncologici convenzionali.
I risultati dello studio: meno recidive e metastasi
Lo studio di fase 3 ha coinvolto pazienti sottoposti a intervento chirurgico, successivamente assegnati in modo casuale a due gruppi. Due terzi dei partecipanti hanno ricevuto la combinazione di vaccino personalizzato a mRNA e pembrolizumab, mentre il restante terzo è stato trattato con pembrolizumab e placebo.
L’analisi dei risultati a due anni ha evidenziato una riduzione del 42% del rischio di ripresa della malattia e del 38% del rischio di sviluppare metastasi a distanza nei pazienti trattati con la combinazione. Il beneficio clinico è risultato particolarmente evidente dopo il sesto mese dall’inizio della terapia.
I dati indicano inoltre che l’aggiunta del vaccino non ha comportato un incremento della tossicità sistemica né un peggioramento degli eventi avversi immuno-correlati. Il trattamento ha mostrato una buona tollerabilità, con disturbi locali lievi e transitori nella sede dell’iniezione o modesti episodi di febbricola.
I risultati si aggiungono a quelli di un precedente studio di fase 2b, condotto su 157 pazienti e seguito per cinque anni. In quella sperimentazione, la combinazione aveva evidenziato una riduzione del 49% del rischio di ripresa della malattia e del 59% del rischio di metastasi a distanza.
Le prospettive per altri tumori
La piattaforma basata sull’RNA messaggero potrebbe trovare applicazione anche in altri ambiti dell’oncologia. Sono infatti in corso, o in fase di completamento, ulteriori valutazioni sull’impiego del trattamento nel melanoma metastatico e su altre forme di tumore solido.
«La validazione di questa piattaforma apre ora orizzonti terapeutici inediti», conclude Del Vecchio. Tra gli ambiti di ricerca indicati dal professore figurano il carcinoma polmonare, il tumore del pancreas e le neoplasie dell’apparato urogenitale. L’obiettivo è verificare se lo stesso principio di personalizzazione del vaccino possa contribuire allo sviluppo di nuove strategie terapeutiche anche contro altre forme tumorali.
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