C’è un momento, su una spiaggia nei pressi di Cesarea, in cui tutto cambia. Ahuva Zeloof raccoglie una pietra levigata dal mare e, invece di volerla trasformare, la ascolta. In quel gesto — semplice, quasi involontario — si compie una delle intuizioni più originali dell’arte scultorea contemporanea: non plasmare la materia, ma riconoscerla. Non creare, ma sintonizzarsi.
Faith — il titolo scelto per il suo doppio appuntamento milanese — è parola che porta con sé più di un significato. È la fede nelle proprie scelte, nella bellezza nascosta nelle forme naturali, nel potere dell’arte di unire persone e storie. È anche il titolo del libro e della mostra personale con cui Zeloof approda per la prima volta in Italia: il libro verrà presentato alla Fondazione Sozzani, mentre le sculture saranno esposte alla Galleria Rubin, in via Santa Marta 10, dal 5 al 14 giugno, in una mostra curata dall’art director Avshalom Gur.
Nata come scultrice che lavora la pietra e il bronzo, Zeloof ha costruito il suo linguaggio artistico tra Londra e la Terra Santa, concedendosi il lusso di cominciare tardi — dopo aver cresciuto quattro figli — e di non smettere più. Le sue opere non nascono dallo scalpello, ma dall’assemblaggio: pietre nubiane trovate sulla riva del Mediterraneo che, disposte con cura, rivelano figure bibliche, monumenti sacri, scene di pellegrinaggio. «Creato dalla natura e trovato dall’artista», dice lei.
In questa intervista, Zeloof parla di sogni senza limite di età, del legame con Milano e con il Made in Italy, e di un’arte che non vuole imporsi allo sguardo, ma offrirsi come strumento di meditazione.
SULL’AUTOSTIMA E IL SUO PERCORSO PERSONALE
D: FAITH significa anche “avere fede in sé stessi”. Ahuva ha cresciuto quattro figli prima di diventare artista a tempo pieno: cosa direbbe a chi pensa che certi sogni abbiano un limite di età?
R: La vita è una maratona, non uno sprint! Ho passato la prima parte della mia vita concentrandomi sulla famiglia, ma questo non significa che debba passare il resto della vita facendo lo stesso — o non facendo nulla! Dobbiamo ricordare che non c’è limite ai sogni. Perché dovrebbe esserci?
D: Cosa ha significato iniziare un percorso artistico in un momento della vita in cui molti rallentano?
R: Non ci ho pensato troppo, non è stato un piano deliberato per combattere l’invecchiamento. Mi sentivo semplicemente attratta dall’arte e mi sono permessa di provare cose nuove e incontrare persone nuove. In questo modo, il cammino mi si è rivelato in maniera molto naturale. La cosa più importante è capire verso cosa siamo attratti e permetterci di muoverci in quella direzione senza paura.
SULL’ARTE CHE UNISCE LE PERSONE
D: Attorno a FAITH si è riunito un gruppo straordinario di persone — dalla curatela ai testi al libro. Quanto è importante l’idea dell’arte come incontro tra persone?
R: L’arte è un grande connettore. Ho incontrato persone che altrimenti non avrei mai conosciuto, nemmeno in un milione di anni, grazie all’arte. Questi nuovi incontri mi danno energia e ispirazione, e le persone creative si nutrono tutte delle stesse passioni, dell’amore per la bellezza, per il design e per la buona conversazione, e così l’arte può nascere dalla comunità!
D: Il libro è stato presentato alla Fondazione Sozzani, e una delle figure del progetto, Shelly Verthime, aveva collaborato con Carla Sozzani: che effetto fa vedere questi fili che si ricongiungono?
R: È come chiudere un cerchio. Per noi era molto importante riportare il lavoro di Shelly alla Fondazione Sozzani, perché sapevamo che avrebbe significato molto per lei. Shelly era una persona molto calorosa che adorava l’arte ed era bravissima a far incontrare persone di straordinario talento. Era una connettrice, una mentore e una cara amica. Era estremamente importante onorare la sua memoria.
SUL LEGAME CON L’ITALIA E MILANO
D: Ahuva tiene molto all’artigianato e alla qualità. Perché ha scelto di produrre il libro a Milano?
R: Sappiamo tutti che “Made in Italy” è un marchio di qualità. Tutto il Paese, e Milano in particolare, è conosciuto per il suo artigianato e per la sua eredità nel design. Sapevamo che sarebbe stato il posto migliore al mondo per creare un libro bellissimo, per la loro attenzione al dettaglio e l’esperienza in ogni cosa, dalla carta di alta qualità alla distribuzione. Abbiamo lavorato con la leggendaria casa editrice Silvana Editoriale, e non potremmo essere più felici del risultato.
D: Cosa significa per lei portare la sua prima mostra personale italiana a Milano?
R: È un sogno che si avvera! Ho fantasticato su questo momento per tante ragioni. Sarebbe la mia prima mostra personale fuori da Londra, e questo segna un ampliamento del mio pubblico. È anche un Paese che amo e ammiro. Milano, poi, è una città che unisce arte e moda, e questo mi risuona molto, perché amo anche il design.
SUL CUORE DEL PROGETTO
D: Le sculture nascono da pietre raccolte sulla spiaggia, non scolpite. Come spiega questo gesto del “riconoscere” invece di creare?
R: C’è comunque un elemento di creazione, perché passo del tempo con le pietre e poi le assemblo in un modo che le mostra sotto una luce inaspettata. Ma anche il “riconoscere” è cruciale. È una connessione, un “click” che avviene tra me e le pietre, in cui sento che stanno cercando di dirmi chi sono. Credo che la natura sia viva e abbia un’anima, quindi è un processo di sintonizzazione con quell’energia.
D: Cosa vorrebbe che provasse una persona quando entra in galleria e incontra queste opere per la prima volta?
R: Non dico mai alle persone cosa dovrebbero provare. Per me è molto importante che le persone esaminino i propri sentimenti e che a ciascuno sia permesso di avere la propria risposta distinta, autentica ed emotiva alla scultura. Non è mio compito costringere le persone a vedere attraverso i miei occhi: voglio che usino le sculture piuttosto come strumenti meditativi che permettano loro di esplorare la propria vita interiore.
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