Nel carcinoma polmonare non a piccole cellule metastatico, la radioterapia ad alte dosi sul tumore primario può prolungare significativamente la sopravvivenza dei pazienti. È quanto emerge da un nuovo documento di consenso internazionale pubblicato sul “Journal of Thoracic Oncology” dall’International Association for the Study of Lung Cancer (IASLC).
Il panel multidisciplinare internazionale, composto da radio-oncologi e oncologi medici, ha ridefinito il ruolo della radioterapia nel trattamento del tumore del polmone metastatico, considerandola non più soltanto un supporto palliativo, ma una vera opzione terapeutica con potenziale curativo.
Tra gli esperti coinvolti figura anche il professor Andrea Riccardo Filippi, direttore della Struttura Complessa di Radioterapia dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e socio dell’Associazione Italiana di Radioterapia e Oncologia Clinica.
Sopravvivenza aumentata nei pazienti EGFR-mutati
Le evidenze più rilevanti riguardano i pazienti affetti da carcinoma polmonare metastatico con mutazione del gene EGFR.
Uno studio randomizzato di fase III condotto su 118 pazienti ha confrontato la sola terapia farmacologica con un trattamento combinato basato su radioterapia toracica radicale e farmaci inibitori tirosin-chinasici.
I risultati mostrano un incremento della sopravvivenza globale mediana da 26,2 a 34,4 mesi, con una riduzione del 38% del rischio di morte. Anche la sopravvivenza libera da progressione della malattia è aumentata, passando da 10,6 a 17,1 mesi.
Secondo gli esperti, questi dati rafforzano l’ipotesi che colpire direttamente il tumore primario possa limitare la capacità della malattia di generare nuove metastasi.
Il tumore primario come “serbatoio” della malattia
Alla base del nuovo orientamento terapeutico vi è un razionale biologico sempre più consolidato. Il tumore polmonare primario rappresenta infatti la principale fonte da cui originano le metastasi e continua spesso a essere il primo sito di progressione della malattia anche nei pazienti che rispondono alle terapie più avanzate.
Nei pazienti trattati con osimertinib, ad esempio, il polmone rimane la prima sede di ricaduta in oltre il 60% dei casi.
L’utilizzo della radioterapia ad alte dosi sul tumore primario viene quindi interpretato come una strategia citoriduttiva mirata a eliminare il principale “serbatoio” della malattia metastatica, un approccio già adottato in altre neoplasie solide come il tumore della prostata e del rinofaringe.
Tecnologie moderne e sicurezza del trattamento
Il documento IASLC approfondisce anche gli aspetti tecnici del trattamento, dalla pianificazione delle dosi ai tempi di integrazione con le terapie sistemiche, fino alla gestione della tossicità.
Secondo il consensus, la radioterapia moderna consente oggi di somministrare trattamenti ad alte dosi con livelli di sicurezza elevati e con tossicità generalmente gestibili, senza compromettere la prosecuzione delle cure farmacologiche.
Le tecnologie di radioterapia di precisione permettono infatti di concentrare il trattamento sul tumore riducendo l’esposizione dei tessuti sani circostanti.
Filippi: «Beneficio che non può essere ignorato»
Il professor Andrea Riccardo Filippi ha sottolineato il valore del nuovo documento internazionale per la pratica clinica.
«Per la prima volta un consensus internazionale dice con chiarezza che, nel tumore del polmone metastatico, la radioterapia ad alte dosi sul tumore primario è una scelta terapeutica che può prolungare la vita, non un trattamento di supporto», ha dichiarato.
«Le evidenze più mature, soprattutto nei pazienti EGFR-mutati, mostrano un beneficio in sopravvivenza che nessun clinico oggi può ignorare», ha aggiunto.
Secondo Filippi, il documento rappresenta inoltre una fotografia dell’evoluzione della radioterapia oncologica moderna, sempre più integrata con le altre strategie terapeutiche nella gestione del carcinoma polmonare avanzato.
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