In occasione degli Orientation Day del progetto BRIDGE, ospitati il 14 e 15 luglio presso il POLIMI Graduate School of Management, abbiamo incontrato Carlo Carabelli, Direttore Generale e Amministratore Delegato di ASLAM, l’ente di formazione professionale che ha ideato e sviluppato l’iniziativa.
BRIDGE nasce per mettere in relazione due esigenze sempre più evidenti: da un lato la crescente richiesta di personale qualificato da parte delle imprese lombarde, dall’altro il desiderio di tanti giovani migranti già presenti in Italia di costruire un percorso di formazione, integrazione e lavoro. Attraverso corsi professionalizzanti gratuiti, finalizzati al conseguimento della qualifica EQF di livello 3 rilasciata da Regione Lombardia, il progetto punta a creare un ponte concreto tra scuola e impresa.
Con Carabelli abbiamo approfondito la filosofia che ispira ASLAM, i risultati della prima sperimentazione e le prospettive di un modello che ambisce a diventare un punto di riferimento anche a livello nazionale.
Direttore Carabelli, ASLAM compie trent’anni di attività. Il progetto BRIDGE nasce proprio dall’esperienza maturata in questi anni. Qual è il metodo che contraddistingue la vostra formazione professionale?
Carlo Carabelli: «ASLAM è un ente di formazione professionale che opera in Lombardia. Siamo presenti con cinque sedi, ma soprattutto lavoriamo in stretta connessione con quindici territori differenti. La nostra caratteristica, quella che considero davvero originale, è partire dalle aziende.
Può sembrare normale per una scuola professionale, ma in realtà non è affatto così scontato. Per noi il rapporto con le imprese non serve soltanto a capire quali professionalità siano richieste dal mercato del lavoro. Diventa prima di tutto uno spunto educativo.
Quando un ragazzo vede che c’è un bisogno reale di lui, che quella competenza serve davvero e che potrà trovare uno spazio nel mondo del lavoro, cambia completamente il suo modo di guardare alla formazione. Ancora di più quando capisce che quel mestiere non rappresenta un punto di arrivo, ma l’inizio di un percorso di crescita professionale.
Sono questi i due aspetti che fanno la differenza: da una parte la consapevolezza di essere necessari, dall’altra la possibilità concreta di continuare a crescere. Quando i giovani percepiscono entrambe queste cose, viene fuori il meglio di loro.
Per questo i nostri percorsi nascono sempre dall’osservazione del territorio. In Brianza lavoriamo sul legno-arredo; a Magenta e Milano sulla termoidraulica e sull’impiantistica; a Milano anche sulla pelletteria; nell’Alto Milanese sulla meccanica; mentre all’interno di Malpensa operiamo nei settori dell’aeronautica e della logistica. Sono tutti ambiti nei quali il fabbisogno di personale è concreto e costante.
Quest’anno celebriamo trent’anni di attività e da trent’anni lavoriamo fianco a fianco con le imprese. È proprio da questo dialogo continuo che è nato BRIDGE. Le aziende ci manifestavano sempre più spesso un bisogno che nemmeno i nostri studenti riuscivano più a soddisfare».
Qual era questo bisogno? È solo una questione di carenza numerica di lavoratori?
Carlo Carabelli: «Il primo problema è certamente numerico. Il calo demografico è sotto gli occhi di tutti e incide in maniera molto pesante sulla disponibilità di giovani che si avvicinano a queste professioni.
Ma non è soltanto questo. Le imprese cercano persone disponibili a mettersi in gioco, a investire tempo e fatica nell’apprendimento di un mestiere e, soprattutto, a crescere all’interno della professione.
Noi lavoriamo prevalentemente nel manifatturiero, sia artigianale sia industriale. Sono settori che offrono opportunità di crescita straordinarie, non soltanto sul piano operativo ma anche tecnico e manageriale. Per questo realizziamo anche percorsi ITS, che permettono ai ragazzi di proseguire la formazione dopo il diploma.
BRIDGE nasce proprio dentro questo contesto. Ci siamo chiesti se non fosse necessario guardare anche a una popolazione diversa da quella tradizionale dei nostri studenti: giovani adulti, in particolare persone migranti già presenti nel nostro Paese, che desiderano costruire qui il proprio futuro».
Perché avete scelto proprio questa strada?
Carlo Carabelli: «Ci siamo accorti che molte delle persone che frequentavano i CPIA, i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti, per imparare l’italiano e conseguire il titolo di studio, avevano una caratteristica comune: erano persone disponibili a investire davvero sulla propria integrazione.
Questa, secondo noi, è la popolazione giusta. Persone che vogliono costruire qualcosa, che desiderano investire su sé stesse e contribuire alla società nella quale vivono.
Attraverso il progetto abbiamo conosciuto tantissimi giovani adulti con questa motivazione. Gli Orientation Day servono proprio a questo: come facciamo con i nostri ragazzi più giovani, vogliamo permettere anche a loro di conoscere le opportunità che esistono.
Per noi l’orientamento è un passaggio fondamentale. Nessuno può scegliere ciò che non conosce. Noi non crediamo che orientare significhi dire a una persona quale strada debba prendere. Crediamo piuttosto che significhi mostrarle tutte le possibilità, perché possa scegliere con consapevolezza quella più adatta alle proprie caratteristiche.
In queste giornate incontriamo personalmente ogni candidato, ascoltiamo la sua storia, valutiamo insieme le attitudini, il territorio in cui vive, gli interessi e le prospettive professionali. È da lì che comincia davvero il percorso».
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