Intervista allo psicoanalista e fondatore del Philosophic Therapy Center, protagonista di un percorso che ha contribuito a innovare l’arteterapia e la consulenza filosofica in Italia e all’estero
Negli ultimi trent’anni il mondo della relazione d’aiuto ha conosciuto una profonda evoluzione. Accanto agli approcci psicologici e psicoterapeutici tradizionali si sono sviluppate discipline capaci di integrare filosofia, arte e linguaggi simbolici, aprendo nuove prospettive nella comprensione dell’essere umano. Tra i protagonisti di questo percorso figura Nicola Velotti, psicoanalista, docente, arteterapeuta e consulente filosofico italiano, il cui lavoro teorico e formativo è oggi riconosciuto anche in ambito internazionale.
Velotti è tra gli autori del Manifesto Italiano dell’Arteterapia, pubblicato nel 1991 insieme all’artista Camillo Capolongo, documento che ha contribuito a definire un quadro metodologico per l’utilizzo delle pratiche artistico-espressive nella relazione d’aiuto. Tre anni dopo ha elaborato anche il Manifesto Italiano della Pratica Filosofica, ponendo le basi per una concezione della consulenza filosofica come percorso di riflessione critica, chiarificazione esistenziale e ricerca di significato.
Nel 2000 ha fondato il Philosophic Therapy Center, realtà che negli anni si è distinta per l’innovazione nella formazione e-learning e per aver contribuito alla preparazione di numerosi professionisti della relazione d’aiuto.
Nel 2026 la traduzione in lingua inglese della nuova edizione del Manifesto Italiano dell’Arteterapia ha rappresentato un ulteriore passo verso la diffusione internazionale del suo modello teorico, oggi oggetto di studio in diversi Paesi.
Lo abbiamo intervistato per ripercorrere la sua esperienza e comprendere perché arte e filosofia continuino ad avere un ruolo centrale nella cura della persona.
Dottor Velotti, guardando al suo percorso professionale emerge un filo conduttore molto preciso: mettere in relazione discipline diverse. Da dove nasce questa scelta?
«È una convinzione maturata nel tempo, attraverso lo studio e soprattutto attraverso il lavoro con le persone. Ho sempre ritenuto che l’essere umano non possa essere interpretato esclusivamente da una prospettiva clinica oppure filosofica. La persona è molto più complessa.
Dentro ciascuno convivono pensiero, emozioni, memoria, simboli, creatività e vissuti profondi. Per questo ho cercato di costruire un modello che mettesse in dialogo filosofia, psicoanalisi e arte, senza considerarle discipline separate ma strumenti complementari per comprendere l’esperienza umana.»
Il Manifesto Italiano dell’Arteterapia rappresenta ancora oggi uno dei riferimenti italiani più importanti del settore. Qual era il contesto nel quale nacque?
«All’inizio degli anni Novanta l’arteterapia era ancora una disciplina poco definita nel panorama italiano. Esistevano esperienze interessanti, ma mancava un impianto teorico condiviso.
Con Camillo Capolongo sentimmo l’esigenza di costruire un documento che chiarisse il valore dell’arte all’interno della relazione terapeutica. L’obiettivo era dimostrare che il processo creativo non rappresenta soltanto un’attività espressiva, ma costituisce un vero linguaggio simbolico attraverso il quale la persona entra in contatto con parti profonde di sé.
Quel lavoro ha contribuito a dare maggiore dignità scientifica e metodologica all’arteterapia nel nostro Paese.»
Oggi quel Manifesto è stato tradotto anche in inglese. Quanto conta il confronto internazionale?
«Conta moltissimo. La pubblicazione della versione inglese della nuova edizione del Manifesto ci permette di dialogare con studiosi e professionisti di altri Paesi e di confrontare esperienze differenti.
Negli ultimi anni abbiamo ricevuto interesse da numerosi contesti internazionali perché cresce la domanda di approcci capaci di integrare competenze diverse senza rinunciare al rigore metodologico. È un riconoscimento importante non soltanto per il nostro lavoro, ma anche per la scuola italiana dell’arteterapia.»
Anche la consulenza filosofica ha avuto un ruolo centrale nel suo percorso.
«Sì. Nel 1994 ho elaborato il Manifesto Italiano della Pratica Filosofica proprio perché ritenevo necessario definire con maggiore chiarezza questa disciplina.
La consulenza filosofica non nasce per sostituire altri percorsi, ma per offrire uno spazio di riflessione autentica. Viviamo in una società nella quale spesso le persone non hanno il tempo di interrogarsi sul significato delle proprie scelte, dei propri valori o delle proprie relazioni.
La filosofia, quando viene riportata nella vita concreta, diventa uno strumento straordinario di chiarificazione esistenziale.»
Nel 2000 nasce il Philosophic Therapy Center. Qual era la visione che l’ha guidata?
«Volevo creare un luogo nel quale formare professionisti preparati, capaci di integrare competenze differenti nella relazione d’aiuto.
Fin dall’inizio abbiamo investito nella formazione a distanza, quando l’e-learning era ancora poco diffuso. Siamo stati tra i primi in Italia ad attivare un corso online di consulenza filosofica e uno dei primi percorsi triennali online dedicati all’arteterapia.
Questa scelta ci ha consentito di raggiungere studenti provenienti da tutta Italia e, successivamente, anche dall’estero.»
Lei parla spesso di “modello di cura non medicalizzato”. Che cosa significa?
«Significa ricordare che non ogni forma di sofferenza deve essere interpretata esclusivamente come una patologia.
Molte difficoltà riguardano la perdita di senso, il disagio relazionale, le crisi identitarie o il bisogno di comprendere meglio sé stessi. In questi casi la filosofia, il dialogo e il linguaggio simbolico dell’arte possono diventare strumenti estremamente efficaci.
Naturalmente questo approccio non si contrappone alla medicina o alla psicologia clinica, ma propone una prospettiva complementare che restituisce centralità alla persona.»
Quanto ha influito la psicologia analitica di Jung nel suo pensiero?
«Ha rappresentato una delle influenze più significative. Jung aveva compreso profondamente il valore del simbolo e dell’immaginazione.
Nel mio lavoro l’arte assume proprio questa funzione: diventare un ponte tra la dimensione cosciente e quella inconscia. Attraverso il processo creativo emergono immagini che raccontano aspetti della persona spesso difficili da verbalizzare.»
Oggi il benessere psicologico è uno dei temi più discussi. Che cosa manca, secondo lei, nel dibattito pubblico?
«Credo che spesso si parli molto di salute mentale ma poco di educazione alla consapevolezza.
L’essere umano non ha bisogno soltanto di risolvere un problema quando questo si manifesta, ma anche di sviluppare strumenti culturali, simbolici e riflessivi che gli permettano di comprendere sé stesso durante tutto il percorso della vita.
Arte e filosofia possono offrire proprio questo: uno spazio di crescita, ascolto e trasformazione.»
L’esperienza maturata da Nicola Velotti nell’arco di oltre tre decenni testimonia come il dialogo tra discipline diverse possa generare modelli innovativi di relazione d’aiuto. Le sue pubblicazioni, la fondazione del Philosophic Therapy Center, il contributo alla definizione dell’arteterapia italiana e il crescente interesse internazionale verso il suo lavoro confermano un percorso di ricerca che continua a evolversi.
In un tempo in cui il benessere psicologico è diventato una delle grandi sfide della società contemporanea, il suo invito è quello di riscoprire il valore della riflessione, della creatività e del simbolo come strumenti capaci di accompagnare la persona nella conoscenza di sé e nella costruzione di un equilibrio più autentico.
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