Le province di Bergamo e Brescia si confermano anche per il 2026 tra i principali motori industriali del Paese. Tuttavia, lo scenario che si apre è meno espansivo rispetto al passato recente: la crescita resta positiva, ma più contenuta e soprattutto più selettiva, con differenze marcate tra settori e dimensioni aziendali.
Il contesto macroeconomico di riferimento è quello di una Lombardia che rallenta ma non si ferma. Dopo anni di forte recupero post-pandemia, il sistema produttivo entra in una fase di normalizzazione. L’inflazione, pur in calo, continua a incidere sui costi, mentre la domanda internazionale mostra segnali discontinui. In questo quadro, Bergamo e Brescia mantengono una posizione di vantaggio grazie alla loro forte vocazione manifatturiera e alla capacità di esportare.
Bergamo si presenta al 2026 con una struttura produttiva solida e diffusa, composta da piccole e medie imprese altamente specializzate. Il tessuto industriale resta uno dei più dinamici del Nord Italia, con una buona tenuta dell’occupazione e livelli di disoccupazione tra i più bassi. La crescita attesa è moderata, ma sostenuta da investimenti già avviati negli anni precedenti, in particolare su innovazione tecnologica e digitalizzazione.
Le criticità principali riguardano il rallentamento della domanda estera e la difficoltà nel reperire manodopera qualificata. Molte aziende segnalano un mismatch crescente tra competenze richieste e disponibilità sul mercato del lavoro. A questo si aggiunge una pressione ancora elevata sui costi energetici, che continua a incidere sui margini, soprattutto nei comparti più energivori. Nonostante questo, Bergamo resta competitiva grazie alla flessibilità delle sue imprese e alla forte capacità di adattamento.
Brescia, dal canto suo, rappresenta una delle realtà industriali più rilevanti a livello europeo, con una concentrazione produttiva particolarmente elevata nei settori metallurgico, meccanico e manifatturiero avanzato. Il 2026 si apre con prospettive di crescita, ma dopo una fase di rallentamento che ha caratterizzato parte del 2025. I ricavi hanno mostrato segnali di stabilizzazione, mentre la marginalità è stata messa sotto pressione dall’aumento dei costi e dalla minore spinta della domanda.
La ripartenza è attesa proprio nel corso del 2026, ma con ritmi graduali. Le imprese più strutturate e orientate all’export saranno le prime a beneficiare di un eventuale recupero del ciclo industriale europeo. Al contrario, le realtà più piccole e meno internazionalizzate potrebbero continuare a incontrare difficoltà, soprattutto in termini di accesso al credito e sostenibilità degli investimenti.
Un elemento chiave che accomuna entrambe le province è la forte esposizione ai mercati esteri. Questo rappresenta un vantaggio competitivo nei momenti di espansione globale, ma anche un fattore di rischio nelle fasi di rallentamento. La dipendenza dalla domanda europea, in particolare tedesca, rende il ciclo economico locale particolarmente sensibile alle dinamiche internazionali.
Nel 2026, alcuni driver potrebbero sostenere la crescita. Tra questi, il progressivo riavvio degli investimenti industriali, la domanda legata alla transizione energetica e alle infrastrutture, e il rafforzamento di alcuni comparti ad alto valore aggiunto. Anche l’innovazione tecnologica, inclusa l’adozione di soluzioni legate all’intelligenza artificiale, rappresenta un fattore sempre più determinante per la competitività.
Accanto a questi elementi positivi, restano tuttavia diversi rischi. Le tensioni geopolitiche continuano a generare incertezza, con possibili ripercussioni sui prezzi dell’energia e sulle catene di approvvigionamento. Inoltre, il credito alle imprese appare più selettivo, con un atteggiamento prudente da parte del sistema bancario che potrebbe limitare la capacità di investimento, soprattutto per le PMI.
Un altro tema centrale è quello del capitale umano. La carenza di profili tecnici e specializzati rischia di diventare un vero collo di bottiglia per lo sviluppo. Le imprese più dinamiche stanno già investendo in formazione interna e collaborazioni con istituti tecnici e università, ma il problema resta strutturale e richiederà tempo per essere risolto.
Nel complesso, il 2026 si configura come un anno di transizione. Non si intravedono segnali di forte accelerazione, ma nemmeno elementi tali da far pensare a una contrazione significativa. La crescita sarà presente, ma distribuita in modo disomogeneo.
Il vero discrimine sarà la capacità delle imprese di evolvere. Innovazione, internazionalizzazione e solidità finanziaria saranno i fattori chiave che determineranno chi riuscirà a crescere e chi invece resterà indietro. In questo senso, Bergamo e Brescia continueranno a rappresentare un laboratorio avanzato dell’economia italiana: territori resilienti, ma chiamati a confrontarsi con un contesto sempre più competitivo e complesso.
a cura di Francesco Megna
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